Capitolo I – Overture

La guerra.
Più la conosci e meno la comprendi.
Meno la comprendi e più la detesti.
Nessuno può sopravvivere alla guerra, neppure i vivi.
Eppure io, come tanti altri della mia generazione, durante la guerra ci sono nato.
Siamo i figli di uomini intossicati dalla polvere da sparo e dal nazismo, la più cruenta e distruttiva ideologia mai partorita dalla razza umana.
Non ho vissuto in prima persona quel periodo buio, ma la mia conoscenza si è arricchita negli anni attraverso le parole di Edmund, mio padre. In esse ho sempre sentito un forte dolore e lo sforzo di spiegare, talvolta giustificare, soprattutto a se stesso, l’accettazione passiva di situazioni sconcertanti.
Gli sarò sempre grato di aver voluto condividere con me la sua esperienza.
Come la grande maggioranza dei tedeschi, anche lui fu sedotto inizialmente dal carisma del Führer.
Dopo l’armistizio del 1918, il malcontento per aver perso tutto nella Grande Guerra era dilagante e cresceva il desiderio di trovare nuove guide e nuovi ideali per restituire dignità ad un paese stremato e ormai in ginocchio.
In questo scenario, Adolf Hitler, trovò la strada spianata e apparentemente sembrava l’uomo giusto per la rinascita della Germania. La disoccupazione diminuiva drasticamente e, grazie ad una politica estera energica e risoluta, si instaurava un sentimento di appartenenza, alimentato dalla rivalsa sui duri anni da cui i tedeschi provenivano.
Furono proprio questi i motivi che incoraggiarono mio padre a partire per il fronte e dare il suo contributo alla patria, ma, con il susseguirsi degli eventi, ogni cosa diventava più chiara e il disumano piano di distruzione generato dalla follia collettiva dei nazisti scopriva la sua arma letale: la violenza brutale e gratuita, volta unicamente alla creazione di dolore.
Per fortuna, anche se tardi, mio padre capì che questo folle disegno avrebbe portato alla rovina della Germania e così disertò l’esercito.
Dovette abbandonare me e mia madre a pochi mesi dalla mia nascita e visse gli ultimi due anni della guerra isolato, nascosto in uno scantinato buio di un palazzo in città insieme ad altri perseguitati.
Poi venne la fine del conflitto.
Fuori, una Berlino polverizzata, stravolta dalle bombe ma finalmente libera dagli orrori del nazismo.
Dagli occhi di un bambino, senza aver mai visto alcun tipo di prosperità e benessere, la Berlino post-bellica è l’unica visione del mondo.
Mio padre infatti non aveva voluto abbandonare la città dove era cresciuto e della quale, nonostante tutto, si sentiva parte integrante.
Fu così che restammo a Berlino e durante i primi anni della ricostruzione, usufruimmo per brevi periodi dell’ospitalità dei pochi amici di famiglia.
Finalmente nei primi anni ‘50 riuscimmo a trovare una dimora stabile nel quartiere di Lichtenberg, grazie ai costi contenuti degli affitti.
Quella casa ospitava tre generazioni diverse, ognuna delle quali aveva il peso del conflitto e della miseria sulle spalle.
Mio padre era un uomo di media statura, robusto e forte.
Era diventato un operaio edile e ormai credeva fortemente nella causa socialista, nella quale si identificava dopo aver coltivato il seme anti-nazista.
Aveva ancora vivo in sé l’orrore della trincea e dei campi di concentramento, nonché il compromesso fatto tra la morte e questa vita piena di rimorsi da sopportare e macerie da sgomberare.
Mia madre Sonja era una donna esile e dai lineamenti delicati, molto lontani dallo stereotipo teutonico.
Era bella, trasmetteva grande serenità a chiunque avesse a che fare con lei.
Quando era ragazza si fratturò una gamba e da allora la sua andatura è sempre stata un po’ claudicante, ma in qualche modo era riuscita a rendere graziosa allo sguardo anche quella lieve zoppia.
Faceva la sarta, era molto generosa e faceva di tutto per portare avanti la famiglia nel migliore dei modi, preoccupandosi della mia educazione, del benessere nostro e di tutti coloro che la circondavano.
Di quegli anni difficili, ricordo la faccia stanca di mio padre, la fame, l’acqua che scarseggiava e i discorsi di mio nonno, che era solito narrarmi storie truci, oscure, spesso tratte dal fronte della prima Grande Guerra.
Il peso degli anni era evidente in lui, aveva momenti di poca lucidità e conviveva con diversi acciacchi, ampiamente giustificabili da una vita molto dura e intensa.
Tuttavia era sempre un piacere ascoltare le sue storie, dalle quali cercavo di trarre dei preziosi insegnamenti.
Aveva fatto enormi sacrifici per la propria famiglia e stava rivivendo in età avanzata gli stessi incubi di devastazione e ricostruzione che avevo vissuto da giovane.
Ripartiva ancora una volta da zero e lo faceva con grande rassegnazione, con l’unica speranza di intravedere un futuro migliore per la sua famiglia.
A ben pensarci, il destino era stato alquanto beffardo con lui e la sua generazione: un’intera esistenza consumata dalla paura, dalle bombe e dal rimorso di non aver saputo allontanare i suoi cari da una terra tanto amata quanto letale.
Una grave malattia lo portò via molto presto e, il giorno della sua morte, mio padre, con le lacrime agli occhi, mi diede il suo prezioso amuleto, senza dire una parola.
Mio nonno era un brav’uomo.
Si chiamava Friedrich, come me.

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