Capitolo II – 1961

Gli anni ’50 furono turbolenti per la neonata Repubblica Democratica Tedesca.
Avevo dieci anni quando vidi un dispiegamento di carri armati per le strade di Berlino contro la folla in protesta armata di pietre e bastoni.
Mio padre non partecipò attivamente alla rivolta, poiché, pur condividendo il malcontento per gli stenti e le illiberali misure nei confronti dei lavoratori, era sempre stato ottimista.
“Sono momenti duri, ma la Repubblica ne uscirà a testa alta” era solito dire quando lo stomaco ancora brontolava dopo cena.
L’esodo era costante, le famiglie scomparivano da un giorno all’altro e in casa si criticavano molto le vili fughe verso il mondo capitalista.
Edmund era furioso quando veniva a sapere suo vecchio conoscente aveva abbandonato la città e ribadiva ogni volta che non avremmo mai lasciato né la nostra patria né la nostra casa.
In un certo senso vivevo piuttosto tranquillamente quel periodo e, quelle che ora riesco a vedere come tensioni e intimidazioni, rappresentavano il naturale modo di vivere quotidiano.
Finii la scuola molto presto e iniziai, ancora ragazzino, l’apprendistato operaio.
Ero sempre stato taciturno e chiuso, ma quando iniziai a far parte del mondo del lavoro ebbi una crescita repentina.
Mi sentivo già adulto, quei pochi soldi che avevo in tasca mi davano quell’indipendenza necessaria per vivere Berlino a mio modo.
Per anni non sono stato mai curioso di conoscere l’altra parte della città, un covo di fascisti che non ci lasciavano mai in pace, non andavano mai via, nonostante gli ultimatum e le prese di posizione del partito.
Mi sentivo al sicuro e riuscivo anche ad avere la spensieratezza di sognare.
Ero molto giovane e, sebbene mi rendessi conto di essere nel potenziale epicentro di una guerra atomica, non provavo la paura che avrei dovuto provare.
D’altronde non era tutto così brutto come ce lo hanno dipinto decenni dopo.
Ho passato delle sere meravigliose in compagnia dei miei amici, per lo più operai precoci come me.
Ricordo con nostalgia le prime sigarette, le lunghe passeggiate di sera, le risate e i dibattiti spontanei che nascevano.
Nel nostro gruppo c’era Maximilian, che era molto più grande di me ed era molto ascoltato da tutti noi.
Era un ragazzo alto, con un viso vissuto nonostante la giovane età.
Era molto sicuro di sé, non balbettava mai, aveva sempre un’idea in più rispetto agli altri, era uno di quelli che avresti voluto sempre al tuo fianco nei momenti di difficoltà.
Faceva pesare la sua esperienza, era uno dei pochi della combriccola che aveva ricordi vividi della Seconda Guerra Mondiale, del disastro nazista, della città rasa completamente al suolo ed aveva anche partecipato alla manifestazione del giugno ’53, aveva visto coi suoi occhi Postdamer Platz messa a ferro e fuoco dalle armate sovietiche, aveva sentito l’odore del sangue dei compagni.
Max aveva un’idea nuova di socialismo ed era intento a costruire un movimento organizzato per i diritti civili dei lavoratori e le libere elezioni.
Divenne ben presto un riferimento per me, cominciai ad aprire la mia mente ad una visione differente da quella chiusa e metodica di mio padre e a ritenere possibile un cambiamento che partisse dalla classe operaia.
Venne il 1961 e la tensione intorno a noi era palpabile, per l’economia in ginocchio, le promesse disattese e perché ormai più di mille unità al giorno abbandonavano la Repubblica e, di fronte ad una tale esodo, anche il granitico asse Ulbricht – Chruščëv sembrava vacillare.
Dalle poche informazioni che filtravano dall’occidente, capivamo che gli equilibri mondiali stavano per cambiare.
In America si erano tenute le elezioni presidenziali ed era salito alla Casa Bianca John Kennedy, che sembrava porre un’attenzione ancora più forte sulla questione tedesca.
In questo contesto di incertezza e frustrazione, iniziammo a riunirci con frequenza costante per discutere di politica e condividere notizie sulle azioni di altri gruppi operai, che nel frattempo si stavano formando in altre città della Repubblica.
Le sedi delle riunioni erano spesso le soffitte o gli scantinati delle case di alcuni compagni.
Per non destare sospetto non si arrivava né si andava via tutti insieme.
La nostra era una lotta alla passività, cercavamo di tenere alto spirito della lotta e, grazie ai contatti che incominciavamo minuziosamente a tessere, cominciammo a stampare alcuni volantini per informare anche i lavoratori che erano rimasti ai margini, ma solo dopo un condiviso “periodo di osservazione”, in quanto avevamo sempre il timore di imbatterci in informatori del governo.
Ero entusiasta di quello che facevamo, ero intrepido, attivo, ma contemporaneamente in attesa di qualcosa di epocale.
Ricordo la sensazione di fiducia, non ci si guardava più allo stesso modo, durante il lavoro ci si sorrideva, ci si scambiava un cenno da lontano.
C’eravamo gli uni per gli altri, non eravamo più soli.

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