Capitolo IV – Berlin is in love

I primi mesi del 1961 furono estremamente intensi.
Si apriva ufficialmente la crisi della Repubblica, nonostante gli asfissianti controlli e i proclami provenienti sia dai membri del governo sia dalla Madre Russia.
Nel marzo di quell’anno Ulbricht propose per la prima volta in via ufficiale la chiusura del confine con filo spinato e guardie in pianta stabile.
L’idea fu rigettata in prima istanza dal Cremlino e indusse il panico nella popolazione, incrementando inevitabilmente il numero di profughi.
Furono intensificati i controlli sulle vie cruciali di comunicazione tra Berlino e il resto della Germania, ma con scarso successo.
C’era anche una folta schiera di sostenitori di una politica estera aggressiva da parte della DDR, c’era anche chi auspicava un conflitto epico contro il nemico fascista.
Noi stavamo nel mezzo, cercando di mediare i principi marxiani e dello stato proletario con una lucida critica alla loro fallimentare messa in pratica.
Deprecavamo il Capitalismo nelle sue fondamenta classiste e nessuno tra noi aveva mai meditato alla fuga, ma inseguivamo una costruttiva lotta per un dovuto processo democratico.
Tenevamo i compagni informati sugli sviluppi politici, che a quel tempo erano alquanto frenetici e non di rado ci davamo consigli a vicenda per difficoltà sul lavoro o nel normale vivere quotidiano.
Operavamo nell’ombra con attenzione e dedizione, mentre il mondo intorno a noi cambiava di giorno in giorno.
In questo susseguirsi di eventi, nella crescita, nel dolore, nella speranza e nell’entusiasmo, c’era Akelei.
Dal nostro primo incontro incominciammo a vederci con frequenza quotidiana e ci scoprimmo interamente, senza paure né dubbi, fino ad innamorarci.
Io gli raccontai la mia vita, le parlavo della mia infanzia, della mia famiglia, della lotta dei lavoratori e di tutti gli episodi importanti della mia vita.
Ricordo le sue risate quando le raccontai di quella volta che a tredici anni, con Carl e altri due amici pensammo di andare a vedere la grande sfida tra la Dinamo Berlino e il Wismut Karl-Marx-Stadt.
Non tenevamo per il Wismut, la nostra squadra preferita fu sempre la Union Berlin, che in quegli anni prese il nome di Motor Berlin e se la passava piuttosto male.
Il nostro intento era quello di andare a vedere Troeger, Freitag, Wolf e compagni dargliele di santa ragione al giocattolino della Stasi.
Ci dirigemmo verso l’Ulbricht Stadion a partita in corso e, data la concitazione da parte delle guardie per le sorti della loro squadra, riuscimmo ad approfittare della confusione per intrufolarci all’inizio del secondo tempo.
Riuscimmo a vedere il campo, alcuni giocatori e il tabellone che diceva che la Dinamo era in vantaggio per uno a zero.
Eravamo molto eccitati, ma furono solo pochi secondi.
Una delle guardie ci beccò e urlò qualcosa, così, presi dalla paura, ci dileguammo.
Corremmo per centinaia di metri fuori lo stadio, prima di accorgerci che nessuno ci inseguisse.
La Dinamo vinse due a uno, ma festeggiammo ugualmente poco più tardi in segreto per la sua retrocessione.
Lei era solare e ascoltava sempre con grande attenzione le mie storie.
Era arguta, intelligente, leggeva molto, soprattutto letteratura russa.
Disegnava, disegnava qualunque cosa con i suoi lapis in quel quadernetto che sembrava non finire mai, aveva un tocco tutto personale nel raffigurare le persone, i posti.
Non usava alcun colore eppure riuscivi a scorgere tante sfumature in ciò che rappresentava.
Mi regalò diversi ritratti, tutti fatti in mia assenza, per farmi capire quanto mi pensasse e quanto avesse assimilato ogni mio lineamento, ogni mia imperfezione, conosceva i miei occhi meglio di mia madre.
Diceva sempre che il mio viso le era stato familiare dalla prima volta che mi vide ed era ciò che avevo sentito anche io, eppure, avremmo anche potuto non incontrarci mai, avendo le nostre famiglie origini diverse.
La sua era originaria di Erfurt, piccola città della Germania orientale, dilaniata dai bombardamenti e nota per essere stata tra le città più produttive in materia di armi durante la Seconda Guerra Mondiale, nonché la sede della Topf & Söhne, la ditta che progettò e realizzò le prime versioni dei forni crematori di Dachau e Auschwitz.
In quegli anni, mentre il padre era al fronte, la madre lasciò Erfurt per trovare riparo da alcuni parenti in campagna.
Dopo la fine del conflitto, i suoi genitori si ritrovarono, ma videro solo macerie nella loro città, così si trasferirono a Berlino in cerca di un lavoro e di un tetto e un anno dopo nacque Akelei, in ricordo delle aquilegie che la madre curava nel giardino della loro amata casa andata distrutta a Erfurt.
Trascorrevamo ore bellissime insieme, scoprendo gli angoli romantici di una città che cambiava sotto i nostri occhi, ma solo quando l’uno era accanto all’altra.
Gli ispidi palazzi sembravano assumere contorni nuovi e dolci, le guardie sembravano riporre le loro armi al nostro passaggio, vedevamo strade spianate davanti a noi e, quando ci capitava di incontrare amici o di parlare con sconosciuti, riuscivamo sempre a strappare sorrisi.
Avevamo la convinzione di essere contagiosi per chi ci stava intorno e pensavamo sul serio di poter cambiare le cose.
Akelei era ben voluta da chiunque conoscessi.
Forse l’amavo già da prima di quel giorno nel cortile.
Forse anche per lei è stato così, non me lo ha mai detto apertamente, ma avevo questa sensazione.
Eravamo felici e all’epoca non avrei mai immaginato una compagna che non fosse lei.
Il tempo in senso assoluto è l’unica certezza della nostra vita, sappiamo che questo minuto ha l’esatta durata del successivo e così sarà per sempre, ma in termini relativi esso non è costante né infinito.
Si restringe, si allarga e può interrompersi bruscamente per cause che sfuggono al nostro controllo.
Quello era il nostro tempo ed era il migliore che potessi desiderare.