Capitolo III – Close

Lichtenberg era il cuore della Berlino Est, lo specchio della Repubblica Democratica Tedesca.
Il quartiere era stato sventrato dall’Armata Russa durante la Seconda Guerra mondiale e in quegli anni era al centro di un piano di ricostruzione senza precedenti.
Giorno dopo giorno, infatti, vedevamo nascere intorno a noi le nuove fabbriche, i grandi complessi residenziali, le strade, i parchi.
Nel raggio di diversi isolati ci si conosceva un po’ tutti, anche perché spesso si lavorava sulla stessa catena di montaggio e ci si ritrovava a fare la spesa negli stessi posti.
L’aria che si respirava era familiare, tanto spontanea da rendere le giornate così leggere che tenevamo stretta quella piacevole sensazione come una timida fonte di calore in una stanza ampia e fredda.
Finalmente, dopo un tempo molto lungo, avevo ritrovato un po’ di serenità e mi sentivo parte di quella comunità di persone.
Qualche anno dopo esserci trasferiti, tornando a casa dopo il lavoro mi accorsi di lei.
Era lontana e immobile mentre sua madre discuteva con un’amica. Sembrava molto distaccata dal contesto, persa in qualche angolo della sua mente e guardava lontano verso un punto indefinito. Ancora oggi, a distanza di anni, mi chiedo cosa attirasse così tanto la sua attenzione.
Indossava un cappellino rosso piuttosto scuro e i lunghi capelli castani che fuoriuscivano, erano mossi dal vento e le coprivano gli occhi ad intermittenza, ma nei secondi in cui la osservai non fece alcun gesto per riaccomodarseli.
Non riuscii a vederla in viso, non avevo visto i suoi occhi, non avevo incrociato il suo sguardo; era solo un’esile figura statuaria che poteva somigliare a qualsiasi altra ragazza della sua età.
Eppure dopo alcuni giorni, quando la vidi nuovamente nei pressi di casa la riconobbi senza tentennare un secondo.
Viveva nel mio stesso isolato, nello stabile diametralmente opposto al nostro.
Non la incrociavo molto spesso, ma ogni volta speravo di essere ricambiato nello sguardo e aggiungevo un elemento nuovo all’immagine che avevo di lei nella mente.
Ricordo quando udii dalla finestra il suo nome per la prima volta nel cortile e sentii il suono della sua voce.
Si chiamava Akelei.
A pochi isolati dal mio quartiere viveva anche il mio amico Carl con il quale spesso mi confidavo.
Avevamo fatto le scuole insieme e c’era abbastanza intimità per parlare di tanti argomenti.
Una sera gli parlai di lei e quando pronunciai il suo nome lui mi fermò e disse:
“Sai cos’è un’aquilegia? Ho uno zio giardiniere e mi ha parlato di molti tipi di fiori ed erbe. Le aquilegie sono piante speciali, perché sono perenni e crescono molto lentamente anche a fredde temperature. Sono molto belle a vedersi, ma hanno la particolarità di essere anche velenose, sarebbe bello sapere perché i suoi genitori abbiano scelto proprio quel nome. Non trovi?”
“Sarebbe bello semplicemente parlarle, Carl” risposi secco.
Lui rise e incalzò: “Non capisco cosa stia aspettando, amico mio. Non puoi essere sempre così chiuso con il mondo. Prova a dirle qualcosa, subito. Rompi il ghiaccio la prossima volta che la vedi, ma cerca di non essere disastroso come sempre. E poi di cosa hai paura?
E’ solo una ragazza, a parte il problema del veleno, dubito che ti mangerà.”
Quella frase, pronunciata in quel momento, mi fece sorridere; Carl mi conosceva bene e sapeva che con me ci doveva essere sempre un momento per sdrammatizzare così che le mie incertezze si sciogliessero.
E così accadde.
Dopo qualche giorno la rividi dalla finestra, seduta sul ciglio di un’aiuola intenta e concentrata a leggere. Era sola e allora, senza pensaci troppo, decisi di raggiungerla.
Scesi velocemente le scale e, nonostante un po’ di panico, attraversai il cortile con passo deciso, fermandomi ad un metro di distanza.
Non ero mai stato così vicino a lei. Sentivo il cuore battere nello stomaco fino alle orecchie.
Akelei non alzò lo sguardo; sembrava non essersi accorta nemmeno di me, perciò, dopo aver indugiato qualche secondo, dissi ad alta voce:
“Le aquilegie sono piante che vivono per sempre!”.
Lei, senza alzare il capo dal libro, si lasciò andare ad una risata, poi mi guardò ironica e disse: “Lo so bene Friedrich, ma grazie per avermelo ricordato.”
L’avevo fatta grossa.
Rimasi fermo e in silenzio, senza il coraggio di incrociare il suo sguardo. Sentivo un profondo imbarazzo, e mi chiedevo incredulo: “Come fa a conoscere il mio nome?”
Dopo pochi secondi fu sempre lei a riprendere il discorso.
“Allora? Perché non parli? Non mi dire che dopo tutto questo tempo volevi parlarmi solo dell’aquilegia!”
Balbettando risposi: “Scusa se ho detto una stupidaggine e ora me ne sto zitto senza niente da dire, ma sono anni che aspetto di scambiare due parole con te e non pensavo di poter essere così in difficoltà.”
Lei capì immediatamente il mio disagio e mi tranquillizzò: “Ci vuole coraggio a rompere il silenzio e so che è da tanto tempo che cerchi di farlo. Non sono molto espansiva, ma sapevo che prima o poi ce l’avresti fatta.”
Mi spiazzò.
Sapere che lei avesse notato i miei comportamenti fin dal principio e che, a modo suo, mi stesse aspettando mi face scoppiare il cuore dalla gioia.
Così cominciammo a parlare.
Ero felice e raccontai quello che avevo capito di lei in tutto quel tempo.
Lei fece lo stesso.
Era tutto così meraviglioso e surreale.
Rimanemmo lì per più di un’ora, poi ci salutammo e ritornai a casa con una sensazione di esaltazione.
Quella sera, ripercorsi più volte il nostro dialogo e le parole pronunciate dalla sua voce risuonavano dolcemente nelle mie orecchie.
Pensai a come l’avevo immaginata e scoprii che era molto meglio di quello che la mia mente aveva disegnato nei suoi pensieri.