Capitolo VI – Rising wall

Quel sabato di agosto fu assai anonimo per me.
Non avevo molta voglia di stare in giro, non parlavo più con nessuno, fatta eccezione per il buon Carl, che mi stava vicino e cercava di distrarmi o di farmi sfogare a seconda della mia predisposizione e delle circostanze, talvolta senza successo.
Poco prima di cena lo salutai, per poi tornare a casa con l’intento di leggere un libro, ma non riuscii a trovare la concentrazione.
Dopo aver mangiato mi chiusi in stanza e rimasi assorto per un tempo indefinito.
Da quando Akelei era andata via mi succedeva spesso di vivere momenti di chiusura verso l’esterno e mi lasciavo andare a molti pensieri e ricordi.
Erano frenetici, invasivi, rivivevo gli ultimi mesi, probabilmente li metabolizzavo per la prima volta; a volte mi arrischiavo ancora più indietro, pensando a quando ero bambino, a mio nonno, ai vecchi amici di scuola, agli insegnanti, quasi come se volessi trovare un filo conduttore per la mia vita e scoprire ragioni valide di speranza per un futuro più sereno.
Non si trattava solo di lei.
L’amore che provavamo aveva in qualche modo alleviato alcune pene quotidiane, guardavo le difficoltà con un punto di vista diverso e in quei giorni i colori si stavano sbiadendo e tutto tornava a galla con la stessa identica forma di prima.
Cercavo un senso, una via maestra, delle ragioni in cui credere e trovare nuovi stimoli.
Quella sera non trovai nulla e spossato dai pensieri crollai, senza nemmeno avere l’istinto di togliermi i vestiti, nonostante il caldo.
Mi ritrovai steso sul letto, a pancia sotto, con i piedi sul cuscino, ma non fu un risveglio naturale.
Sentivo molto trambusto, voci, urla, automobili.
Guardai l’orologio, non erano ancora le sei del mattino.
Quella sveglia anomala, per un attimo, mi mandò in stato confusionale.
Non ricordavo fosse domenica, non ricordavo fosse estate, non ero nemmeno convinto di aver abbandonato il sonno.
Poi udii la voce di mia madre in salotto e la realtà cominciava a farsi largo.
Mi stiracchiai, trovai la forza di mettermi seduto e, ancora sonnolente, mi alzai e mi diressi verso la finestra.
Intravidi il signor Fischer nel cortile discutere animatamente con alcuni condomini.
Lui era una sorta di amministratore non ufficiale del complesso, ci metteva sempre al corrente sui lavori da fare, sui giorni in cui sarebbe mancata l’acqua e, quando gli si chiedevano informazioni sui nuovi inquilini o su chi si trasferiva, era sempre sul pezzo.
Era un po’ ficcanaso e scorbutico nei modi di fare, ma non mi ha dato mai l’impressione di essere una persona sleale o disonesta.
La scena non mi impressionò molto, l’avevo vista identica un mese prima e quindi pensai “Avranno trovato un altro cane morto in cortile, povera bestia”.
Con animo piuttosto tranquillo aprii la porta della stanza e sentii la voce della signora Schaefer, la nostra vicina.
Incominciai a stranirmi.
“Che ci fa a quest’ora la Schaefer in casa nostra?” mi chiesi.
Mi fermai in corridoio e cominciai a origliare.
“No, Edmund, la gente non può andare via. Anche le linee ferroviarie sono state interrotte.” disse lei con voce preoccupata.
Mio padre tacque per qualche secondo, poi disse “Voglio andare a vedere e rendermi conto, ma credo sia una misura di difesa, siamo in guerra con l’Ovest, se lo ricordi.”
Intanto indossò il cappello.
A quel punto mi feci avanti, mia madre si accorse di me e si voltò.
“Mamma, che succede? Dove sta andando papà?” le chiesi.
Lei esitò per un attimo poi mi disse “Hanno chiuso il confine, figliolo. Sembra che stanotte i militari abbiano cominciato a recintare l’accesso all’Ovest con del filo spinato. E’ tutto presidiato, hanno chiuso anche la metro.”
“Lo hanno fatto? Alla fine lo hanno fatto?” urlai.
Mio padre, sull’uscio della porta, mi riprese “Non dire scemenze Friedrich. Ancora con queste fantasie! Stai esagerando ora, devi smetterla di frequentare quei tuoi amici sovversivi. Non voglio più ripeterlo!”
Poi continuò “Signora Schaefer, resti pure qui. Mia moglie le preparerà un bel caffè. Vado a vedere cosa sta succedendo, tornerò a breve.”
La nostra ospite si sedette sulla poltrona, aveva la voce rotta dal pianto, mentre mia madre le stava accanto, cercando di rincuorarla.
Tornai in stanza per pochi istanti e rapidamente decisi di dirigermi verso il confine.
Con passo svelto attraversai nuovamente il salotto e mi diressi verso la porta, feci finta di non sentire mia madre che mi chiamava e scesi in fretta in strada.
Mi diressi a piedi verso il Mitte, insieme a tante altre persone in preda al panico, qualcuno urlava, altri avanzavano a testa bassa.
Vidi in lontananza la folla a ridosso del confine difeso dai militari e dai carri, qualcuno veniva portato via mentre si dimenava, non credevo ai miei occhi.
Ad un certo punto di fianco a me vidi un uomo anziano, era piuttosto distinto, mi guardò un paio di volte prima di dire “Ragazzo, oggi il cielo è coperto dalle nuvole, ma domani o domani l’altro vedrai il Sole sorgere a Est, passare sopra la tua testa ed entrare nell’Ovest senza che tu possa seguirlo. Siamo divisi, non ci faranno più uscire. Non ti avvicinare, è pericoloso, torna a casa.”
Avvertii una sensazione di claustrofobia, mi allontanai da lui, cercando per istinto volti familiari.
Cercavo mio padre, Carl, Maximilian, gli altri, ma non riuscivo a scorgere nessuno, c’era tanto rumore e un’enorme confusione.
Rimasi in attesa di qualcosa, mentre sfilavano poliziotti ed esponenti del partito, che venivano sonoramente fischiati.
Nulla di quello che vedevo era reale, era come vedere un film, sentivo l’angoscia, ma contemporaneamente percepivo un distacco, come se non stessi vivendo personalmente quegli istanti.
Più tardi tornai a casa e verso l’ora di pranzo ritornò anche mio padre.
Ci abbracciò, non era più arrabbiato con me e quello era il suo modo di esprimerlo.
Eravamo spaventati e allo stesso tempo più uniti che mai, mentre le parole del vecchio risuonavano nella mia testa e pian piano si innestavano nei miei pensieri.