Capitolo V – Trennung

Luglio 1961.
Berlino era nel caos, Ulbricht presentò gli allarmanti dati sul flusso migratorio ai rappresentati del Patto di Varsavia, siglato sei anni prima da tutte le potenze del blocco sovietico, destando molta impressione e preoccupazione.
I numerosi ultimatum della Russia nei confronti degli Stati Uniti venivano costantemente respinti da Kennedy, che manifestò molta forza a dispetto della sua giovane età e dell’apparente inesperienza.
La posizione sovietica non era mai stata così debole dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e ciò influiva sulla percezione di insicurezza dei tedeschi orientali, alla cui maggioranza poco interessava delle frizioni ideologiche, ma piuttosto di trovarsi dalla parte giusta per mettere al sicuro se stessi e le proprie famiglie.
Tuttavia, ben consapevoli del rischio di una Terza Guerra Mondiale, nessuno dei due capi di Stato intendeva mettere in discussione la supremazia dell’altro sui rispettivi territori di competenza.
Dopo una breve fase di stallo, Chruščëv ruppe gli indugi e si recò a Washington per parlare con alcuni delegati americani.
Fu una trattativa sotterranea, i cui dettagli furono svelati solo in seguito, ma alcune notizie riuscivano a trapelare rapidamente tra noi compagni.
Kennedy non si oppose all’idea di una frontiera chiusa e sorvegliata e ciò fu letto come una sorta di consenso tacito al piano di Ulbricht.
Era ciò che Chruščëv voleva ottenere.
La storia della Germania stava per cambiare in maniera permanente sotto i nostri occhi ed eravamo impotenti di fronte a questo.
Persi di vista altri amici, che approfittavano di un confine ancora permeabile per entrare nell’Ovest.
Già dal principio Akelei mi parlava dell’insofferenza della sua famiglia a rimanere in una Repubblica che non garantiva un futuro e del loro timore di rivivere una nuova Guerra.
In qualche modo cercava di avvisarmi e di farmi capire che i nostri giorni erano contati.
C’erano giornate pesanti in casa sua, i suoi genitori parlavano continuamente di una imminente partenza, a volte litigando, altre volte cercando soluzioni razionali e ripescando nella memoria vecchi amici che avrebbero potuto dar loro una mano, una volta superato il confine.
Una sera di quell’estate, una delle ultime passate insieme, ben consapevole della linea rigida di mio padre sull’argomento, mi disse “Sei molto legato alla tua famiglia. Non lasceresti mai Berlino. Non so se andrò via e non so quando potrebbe accadere, ma non ti chiederei mai di scegliere una vita senza di loro.”
Non riuscii a parlare dopo quella frase così carica di tristezza e rassegnazione.
Due ragazzi, così giovani e innamorati, non dovrebbero mai trovarsi di fronte a simili scelte.
Mi lasciai andare ad un abbraccio e fu l’ultima volta che ne parlammo.
L’argomento ci dilaniava e lasciammo tutto nelle mani di una speranza irrazionale che si rivelò vana la notte del 29 luglio, l’ultimo sabato del mese.
Ero in uno stato di sospensione, era come se stessi dormendo ad occhi aperti, avevo una sensazione di angoscia che impediva che mi abbandonassi totalmente al sonno.
Sentii dei timidi rumori in cortile, passarono alcuni secondi e, nel momento in cui mi resi conto che fossero reali e che non stessi sognando, mi avvicinai molto lentamente alla finestra e vidi una decina di persone muoversi rapidamente con valigie alla mano.
Scorsi il padre di Akelei, il cuore cominciò a pulsare veloce, avevo paura di guardare, ma subito dopo vidi anche lei.
Si muoveva lentamente e a testa bassa nei pressi del punto dove per la prima volta parlammo.
Inizialmente non guardò verso la mia finestra, ma sapevo che avesse la percezione che fossi lì, mentre le mie gambe diventavano pesanti, come fossero ancorate al pavimento.
Avrei avuto il tempo di correre giù per un ultimo saluto, ma rimasi inerme per un paio di minuti.
Vidi il mio amuleto poggiato sul davanzale e di istinto lo lanciai dalla finestra.
Non diedi un significato preciso a quel gesto, probabilmente era un modo per farmi sentire, per attirare la sua attenzione.
Il rumore della pietra che cadde al suolo spostò lo sguardo di Akelei verso di me, ci guardammo per pochi secondi, ma non avemmo la forza di dirci nulla.
Raccolse rapidamente l’amuleto, fece un cenno con la mano e andò via insieme agli altri.
Passai il resto di quella notte senza riuscire a dare contorni ai miei pensieri, era difficile elaborare quella separazione.
Quei pochi mesi con Akelei, mi avevano regalato una prospettiva delle giornate molto diversa, alleggerivano il lavoro, le pressioni, il contesto politico, le ingiustizie ed ero ben consapevole di come sarebbe stato difficile riempire quel vuoto.
Lei aveva innestato in me un seme di folle speranza, una visione ampia, distaccata e positiva della mia vita e di quella degli altri.
All’epoca non potevo sapere quanto sarebbe durata quella separazione, per cui, al di là delle paure, potevo sentirmi in diritto di pensare che fosse qualcosa di temporaneo e finito.
Ne avevamo bisogno tutti.