Capitolo VII – Zimmerstraße

I primi giorni di convivenza col Muro furono lunghi e angosciosi.

Avevamo avuto per anni la percezione di un confine di fuoco tra le due Germanie, ma era difficile impiantare nelle nostre menti l’esistenza di un ostacolo fisico, visibile, opprimente e oltretutto letale.

Era una privazione invasiva, che non pensavamo potesse durare, proprio per la sua natura inaccettabilmente inumana.

Tuttavia il governo di Ulbricht faceva sul serio e ben presto furono rese note le misure che i soldati di frontiera avrebbero assunto nei confronti di chi avesse avuto intenzione di lasciare il paese: schießbefehl, sparare a vista.

Lasciare la DDR non era più solamente un rischio, ma una corsa deliberata verso la morte.

Questo pensiero attanagliava anche chi non aveva mai avuto in programma di lasciare il proprio paese, la vera privazione era quella di essere costretti a non pensarci.

Passarono appena due settimane dal 13 agosto e vi furono già le prime vittime di una lunghissima serie, tra cui un ragazzo di nome Günter Liftin, che aveva perso il proprio lavoro di sarto proprio a causa del Muro e che, disperato, aveva tentato la fuga nuotando nelle acque del fiume Sprea.

L’atteggiamento del regime fu molto severo con i fuggitivi, definiti come feccia, nemici della pace, nel tentativo di legittimare le loro morti.

Alla fine del mese di settembre, al termine di un’estate traumatica per tutti noi, ricevetti una lettera di Akelei.

Ero molto felice di leggere che stava bene, si era trasferita nei pressi di Colonia, dove alcuni amici li avevano ospitati.

Mi raccontò di come la città fosse viva, popolata e piena di opportunità.

Suo padre aveva già cominciato a lavorare e ben presto avrebbero cercato una casa.

Avevo le lacrime agli occhi quando lessi le righe in cui si scusava di cuore per non avermi potuto salutare quella notte, ma che aveva portato con sé il mio amuleto.

Mi lasciò l’indirizzo della casa che la ospitava, chiedendo notizie di me e della mia famiglia.

Era preoccupata per la nostra incolumità, dato il quadro tragico che si percepiva dalle informazioni provenienti da Berlino.

Si augurava stessi bene e aggiunse che avremmo potuto scriverci fino a quando quella follia sarebbe finita, fino a quando ci saremmo rivisti.

Preso dall’entusiasmo le risposi quel giorno stesso.

Nei mesi successivi incominciammo a comunicare con frequenza regolare, anche se piuttosto dilatata.

Talvolta ricevevo le sue lettere dopo diverse settimane.

Cercavo di esprimere tutto ciò che vivevo, di condividere ogni cosa che accadesse nella mia vita, anche se apparentemente insignificante.

Le righe che ci scambiavamo erano il mezzo che avevamo per tenerci ancora per mano, nonostante la storia e gli uomini che la stavano facendo ci avessero imposto il contrario.

Akelei, anche se distante e al di là del Muro, mi aiutava ad affrontare la vita al meglio.

Passò un freddo inverno e i tentativi di fuga proseguirono e spesso si concludevano in maniera tragica.

Diverse furono le vite spezzate nella prima parte del 1962, ma nell’agosto di quell’anno, ad un anno dalla costruzione del Muro, accadde qualcosa che mostrò al mondo intero cosa significasse la Guerra Fredda.

Non conoscevo di persona Peter, ma avrei potuto.

Aveva solo un anno in meno a me, lavorava in un cantiere edile al centro di Berlino e sarebbe potuto essere il mio migliore amico, il mio confidente, mio fratello, sarebbe potuto essere me.

Con un altro ragazzo di nome Helmut escogitò una fuga verso l’ovest in pieno giorno, in un giorno lavorativo durante la pausa pranzo.

I due raggiunsero Zimmerstraße, dove la striscia della morte divideva i quartieri di Mitte e Kreuzberg.

Entrarono in una falegnameria e saltarono ambedue dalla finestra, tentando di superare indenni quei venti dannatissimi metri.

Helmut era davanti e riuscì a raggiungere in pochissimi secondi il Muro, quando si udirono i primi spari.

Peter, sopraffatto dalla paura, si fermò davanti al Muro e un proiettile gli trafisse la schiena.

Cadde a terra sanguinante.

Era ancora vivo e chiedeva aiuto disperatamente, ma né le guardie dell’est, né quelle dell’ovest, né i giornalisti, né le altre persone che erano accorse per assistere all’evento, osarono muovere un passo per dargli una mano.

Il giovane Peter visse la sua ultima ora di vita urlando e vedendo il proprio corpo dissanguarsi, mentre il mondo lo guardava inerme.

Solo dopo aver esalato il suo ultimo respiro, alcune guardie si decisero a recuperare il proprio corpo.

Qualcuno ci avvertì e arrivammo sul posto a fatto già compiuto.

L’indignazione dei berlinesi fu enorme e vi furono proteste da ambedue i lati del Muro.

Il governo Ulbricht stavolta l’aveva fatta grossa, il film del ragazzo morente avrebbe fatto il giro del mondo e mostrato quali tragedie si stavano consumando nel cuore della civile Europa.

Mi ritrovai a parlare dell’accaduto moltissime volte nei mesi successivi e ancora più spesso mi ritrovai a pensarci da solo.

Mi sentii responsabile come componente del genere umano.

Ancora oggi penso alla crudeltà di quell’evento e di altri ancora che vennero in seguito, penso alla vita che avrebbe potuto avere Peter in un mondo meno brutale di quello dove siamo costretti a vivere.