Capitolo VIII – Dear Akelei

La terra tremava sotto i nostri piedi.
Dopo la tragica morte di Peter, lo scontro tra gli Stati Uniti e la Russia sembrava imminente, data anche la seria questione della crisi cubana, che andava avanti già da prima che il Muro venisse costruito.
Con l’ascesa di Fidel Castro, gli Stati Uniti d’America vedevano minacciata la loro egemonia politico-commerciale dalle misure coraggiose e nazionalistiche di Cuba, nonché dalla sua alleanza col blocco sovietico.
La partita si stava giocando su scala mondiale e Berlino era l’epicentro, il punto di contatto tra i due fuochi.
L’Unione Sovietica garantì forte sostegno a Castro, dal punto di vista economico, ma soprattutto militare.
Emblematico fu l’episodio dell’aprile del 1961 della baia dei Porci, quando uno schieramento di ribelli e mercenari, assoldati e addestrati dalla CIA, venne sconfitto in tre giorni dalle forze armate cubane, sostenute direttamente dal blocco orientale.
Per Chruščëv l’isola di Cuba era il perfetto cavallo di Troia, la base da cui minacciare seriamente l’America, ponendola in scacco.
Furono impiantate sull’isola basi missilistiche sovietiche.
Nell’ottobre del 1962, grazie ad alcuni voli di ricognizione, le basi furono scoperte e Kennedy annunciò la cosa pubblicamente.
Furono giorni di alta tensione, vivevamo quelle ore con terrore, non eravamo mai stati così vicini al conflitto atomico e non avevamo modo di pensare ad un esito favorevole della crisi, dato che alcuni degli attori principali, come lo stesso Fidel Castro, appoggiavano un attacco militare.
Nonostante la prepotente, scellerata e aggressiva gestione americana sulla questione cubana, la risposta sovietica, l’appoggio incondizionato di Cuba, la pericolosa mossa del blocco navale da parte di Kennedy e le numerosissime testate nucleari messe in campo e pronte per essere attivate, il conflitto fu scongiurato alla fine di quel mese, grazie a trattative sotterranee dai contenuti ancora oggi misteriosi.
La guerra nucleare mondiale, qualcosa che andava molto al di là delle nostre più atroci congetture, un mostro che aleggiava sulle nostre teste e che si prefigurava cento volte più grande e letale della già oltremodo devastante Seconda Guerra Mondiale, si era allontanata.
La paura aveva invaso anche la mia casa, ma ricordo che in quei giorni si era ritrovato un certo senso di unità, soprattutto tra me e mio padre.
I dissapori che si erano manifestati negli ultimi anni si erano dipanati e ci confrontavamo ogni sera sulle notizie che arrivavano da oltreoceano.
Continuavo a vedere Max e gli altri, cercavamo di non perdere di vista i nostri progetti, anche se molti preferivano rincasare dopo il lavoro per stare con le rispettive famiglie.
Da mesi parlavamo di organizzare uno sciopero congiunto e aspettavamo di coordinare le varie rappresentanze delle altre città, perché sapevamo che un’azione intrapresa dai soli compagni di Berlino Est non avrebbe smosso nulla, sarebbe stata facile da domare e sarebbe finita certamente con arresti di massa.
Il precipitare della crisi cubana aveva rallentato queste intenzioni ed inevitabilmente cambiato gli argomenti di dibattito durante le nostre riunioni.
Nei momenti solitari pensavo molto ad Akelei, rileggevo con ossessione le sue lettere, cercando di mettere insieme i pezzi e costruire nella mia testa un’immagine quanto più aderente alla sua lontana realtà.
Mi aveva raccontato di aver terminato gli studi scolastici e che avrebbe cominciato a seguire il percorso che l’avrebbe portata a diventare un’insegnante.
Akelei aveva maturato dopo la sua partenza quella vocazione, che trapelava spesso nelle righe che mi mandava e io, da lontano, la appoggiavo e la incoraggiavo.
Mi riscaldava molto il pensiero di lei, che apriva la mente a ragazzini, così come aveva fatto con me in pochi mesi.
La separazione aveva reso ancor più chiara la sterzata che aveva dato alla mia vita e, nonostante non la vedessi da un anno, nulla era mutato nel mio cuore.
La amavo con costanza e mettevo in campo tutta la fiducia di cui potevo disporre per tener viva la speranza di poterla riabbracciare.
Mi aveva sempre raccontato di essersi calata in un mondo completamente nuovo, mi scriveva dei libri che mi avrebbe voluto far leggere e che mai avrei potuto trovare nella DDR.
Continuavamo a raccontarci tutto, ma si sentiva, soprattutto nell’ultimo periodo, la frustrazione della lontananza.
Akelei riversò molto di quel sentimento nell’ultima lettera che avevo ricevuto, verso la fine dell’estate.
Voleva rivedermi fortemente, almeno quanto lo volessi io e scrisse di aver pensato di rientrare nell’Est, una volta compiuta la maggiore età e che non si era mai perdonata il fatto di avermi abbandonato.
Mi fece male leggere quelle parole, l’ultima cosa che avrei voluto era la crescita insana di un senso di colpa che non aveva ragione di esistere.
Nessuno dei due era abbastanza pronto e coraggioso per pensare di abbandonare la propria famiglia senza avere garanzie di poterla rivedere.
Mi presi alcuni giorni per pensare, mi guardavo intorno, ero tremendamente combattuto, perché avevo l’impressione che a Colonia avesse tutto per poter essere felice, mentre la vita sembrava molto più dura nell’Est e ritenevo fosse un atto vile ed egoista costringerla a rinunciare a tutte le possibilità che avrebbe potuto avere.
Consumai tanti fogli prima di scriverle la lettera definitiva e tante volte rilessi quanto avevo scritto, spesso con imbarazzo e ansia.
Per questo motivo le mie parole sono ancora vivide nella mia mente e furono queste:
“Cara Akelei, asciuga i tuoi occhi tristi, non ti incolpare di tutto questo, non piangere mai per me. Resta dove sei e cerca di dire a te stessa di non preoccuparti.
Non puoi gettarti in un mondo autocratico come quello in cui vivo, non vedo il senso di venire al di qua del Muro.
Ricordati che, anche se non ti vedo, né posso ascoltare la tua voce, ci sono sempre e che non hai nulla da temere finché mi hai.
Un giorno nuovo verrà e combinerà insieme i nostri rispettivi sogni.
Ho molte ragioni per crederlo, un nuovo giorno verrà.”
Era quanto di meglio potessi scriverle, avevo mille dubbi, quando la spedii, ma lo feci comunque.
Passarono alcuni mesi, ma non ebbi risposta, era la prima volta che mi toccava aspettare così tanto per una sua lettera.
Ero costantemente in pena per lei, ero pieno di pensieri negativi.
Avevo usato parole sbagliate? Le era successo qualcosa? O aveva semplicemente deciso di spezzare un legame troppo doloroso da tenere a galla?
Non mi davo pace e speravo ogni giorno in una sua risposta, ma non potevo far nulla.
Mi sentivo impotente e rassegnato.
Avrei voluto cambiare tante cose, ma tutto rimaneva identico a se stesso e, giorno dopo giorno, mi sentivo sempre più schiacciato.
Mentre soccombevo alla tristezza, mentre lottavo contro pensieri tristi che il corpo rigettava, cercavo un modo per uscirne.
Dimagrii molto, mia madre era preoccupata per me, ma mi chiudevo a riccio, perché non volevo sentirmi dire che la soluzione era dimenticare la persona che amavo.
Non c’era giustificazione che tenesse e, in fondo, avevo bisogno di tener vivo quel sogno, perché mi aiutava ad andare avanti.
Lo stesso Carl vide la mia graduale chiusura sull’argomento e così evito di chiedermi come stessi ogni volta che mi vedeva.
Preferiva distrarmi e sdrammatizzare, ma stavolta non bastava.
Ciò che volevo era reagire, sentirmi parte di qualcosa di più grande e contribuire al bene altrui.
Volevo combattere la mia impotenza cercando di dare tutto me stesso alle cause che avevo seguito con costanza, ma con un certo margine di distacco.
Lasciai spazio ad un’autocritica personale, divampò come un fuoco incontrollabile.
Stavo diventando Friedrich, l’uomo.