Capitolo IX – Prisoned

L’inverno tra il ’62 e il ’63 fu particolarmente freddo.
La città divisa ci entrava sotto la pelle, ci eravamo così abituati alla vista dei nostri quartieri, che ormai avevamo già riposto in uno scantinato gli sbiaditi ricordi di cosa ci fosse al di là del Muro.
Spesso sentivo storie strazianti di famiglie in miseria o separate e cominciai a provare empatia per chi volesse andare via.
Anche io ci pensavo di tanto in tanto, ma quei pensieri si bloccavano immediatamente, cadevo nello sconforto, immaginando di lasciare alle spalle la mia famiglia e tutte le persone che cominciavano a far affidamento su di me.
Max aveva riconosciuto in me una maturazione e io ero ben felice di fargli dar spalla nelle riunioni e nelle iniziative.
Finalmente eravamo tornati ad essere numerosi.
Durante il mese di gennaio, mentre la questione del Muro era all’ordine del giorno nei dibattiti politici, cavalcammo l’onda e così, in alcune fabbriche, furono indette delle assemblee e dei civili incontri con le dirigenze per portare all’attenzione il problema della messa in sicurezza dei lavoratori.
Fu un primo passo verso il dialogo che cercavamo, ma la nostra segreta associazione stava andando ben oltre.
Spesso c’era chi ci chiedeva una mano per lasciare la DDR.
Sapevamo che c’era chi si stava “specializzando” in materia, ma cercavamo di stare alla larga da quel giro pericoloso.
Un paio di volte, però, furono coinvolte persone che conoscevamo bene e, pur di dar loro una mano, le indirizzammo da coloro che, in cambio di un cospicuo compenso, avrebbe facilitato la loro fuga.
Non andò bene agli Hartmann, il cui tentativo fallì sul nascere e trovò il suo epilogo con l’arresto di tutti i partecipanti.
Fu un giorno di sgomento, specialmente per Max, che si era prodigato personalmente per la causa, trattandosi proprio di una famiglia del suo quartiere.
E’ dura convivere con quel senso di colpa, soprattutto se conosci, anche solo indirettamente, cosa sia il carcere nella DDR.
Passarono alcuni mesi e finalmente l’attuazione di uno sciopero nazionale sembrava prendere piede.
Nessuno se lo aspettava, erano dieci anni che non si verificava una rivolta operaia e tutti sapevamo come era stata sedata.
Riuscimmo a contare circa seimila potenziali aderenti sparsi solamente tra Berlino, Lipsia, Rostock e Dresda.
Le nostre riunioni si intensificarono, nulla doveva essere lasciato al caso, doveva essere un evento epocale e costruttivo e c’era bisogno di compattezza.
Non avevamo ancora deciso la data, ma l’intento era quello di stringere i tempi.
Il 9 aprile, un martedì, ci recammo di sera a casa del nostro compagno Hagen, come avevamo già fatto molte volte.
Sembrava filare tutto liscio, discutemmo per diverso tempo, mentre sorseggiavamo della birra.
D’ improvviso sentimmo delle urla da fuori e qualcuno disse: “La Stasi! Ci hanno trovati, fate sparire tutto!”
Non avemmo nemmeno il tempo di pensare a come agire che gli uomini fecero irruzione nel palazzo. Eravamo in trappola.
Dopo pochi secondi ce li ritrovammo in casa, fummo presi di forza e condotti fuori.
Ci portarono dritti in Ruschestraße, presso la sede centrale della Stasi.
Fu una notte terribile, eravamo in venticinque, nessuno di noi era riuscito a scappare ed avevamo paura.
Fu la prima volta che vidi Max con lo sguardo perso, senza riferimenti.
Ci guardammo negli occhi e ambedue pensavamo a cosa avessimo sbagliato, di chi ci fossimo erroneamente fidati.
Di certo qualcuno dei nostri doveva essere un informatore, ci avevano beccati a colpo sicuro.
Passammo la prima notte in cella.
Il giorno dopo fummo chiamati uno ad uno per il primo interrogatorio.
Non lo dimenticherò mai, di fronte a me avevo due ufficiali, freddi, che incalzavano, talvolta contemporaneamente, con domande sulla mia vita, la mia famiglia, i rapporti con i compagni arrestati, con gli Hartmann e gli organizzatori della loro fuga.
Dopo alcune ore, quando già ero allo stremo delle forze, tirarono fuori l’ultima lettera che avevo spedito ad Akelei.
La riconobbi subito dalla dedica sulla busta “Zu mein ewige blume”.
Mi descrissero come un sovversivo, un nemico del governo, un traditore, che facilitava la fuga di altri traditori come me e che tramava atti rivoluzionari e violenti.
M resi conto che sapevano ben più di quello che immaginassi, ci osservavano da tempo, conoscevano episodi e dialoghi che pensavamo di portarci nella tomba.
Mi mostrarono diverse foto, mi chiesero informazioni relative a persone che nemmeno conoscevo e qualsiasi risposta, pur sincera, che dessi, sembravano non ascoltarmi.
Non riuscivo ad articolare i miei pensieri, a controbattere, a dire la mia.
Non era un dialogo, era una violenza, una costrizione a farmi dire qualcosa che corrispondesse quanto più possibile a quello che loro avevano già deciso che fosse.
Fu solo il primo di tanti interrogatori che subii nei giorni seguenti, alcuni dei quali duravano anche tutta la notte.
Non avevo tempo di dormire, ci svegliavano presto e anche quando avevo del tempo per riposare, le guardie facevano in modo che non mi addormentassi.
Non augurerei mai a nessuno quello che passai durante quei giorni.
Alla fine crollai e firmai un documento in cui mi auto-accusavo di tradimento della patria, cospirazione e mi riconoscevo come co-responsabile e co-organizzatore della fuga degli Hartmann.
Se tornassi indietro a quei giorni troverei una giustificazione che potrebbe sembrare assai banale alla mia resa: volevo dormire.
Simile sorte toccò ai miei compagni, avemmo un processo sommario e velocissimo.
Quando lessero le sentenze non ci chiamarono nemmeno per nome.
Io ero l’imputato numero 2025.
Max, numero 2019, ebbe quindici anni.
Io fui condannato a otto anni, ero talmente frastornato che non recepii nemmeno le parole del giudice, al punto che chiesi conferma a chi mi era attorno e (buffo a dirsi) tirai un sospiro di sollievo.
Pensai che avrei avuto il tempo di mettermi tutto alle spalle, ma ancora oggi quel numero 2025 pesa tanto sulla mia anima ed è indelebile sulla mia pelle.