Capitolo X – I am no one

Quando sei in prigione e devi passarci tanto tempo, incontri tante persone, di età e provenienza diverse e con molte storie importanti da condividere.
Alcune mi sono rimaste dentro, altre sono andate perse, distrutte dal peso di anni trascorsi con un unico sfondo fisso, nella fortezza di Hohenschönhausen.
I consigli più frequenti e rilevanti che ho ricevuto furono due: seguire le regole impartite dalle guardie (anche quelle più assurde) senza fiatare e non contare mai i giorni, né quelli trascorsi dentro, né quelli che mi separavano dalla libertà.
Il primo consiglio mi venne facile da seguire, perché il primo periodo, passato in isolamento, aveva già fiaccato sufficientemente ogni mia indole rivoluzionaria.
Oltretutto vedevamo con i nostri occhi cosa significasse contravvenire agli ordini.
Si usavano torture psicologiche, interrogatori sfiancanti, minacce più o meno velate e non di rado anche la violenza fisica.
Quel posto spegneva ogni tuo ardore e ti abituavi presto a non esibire alcun tipo di volontà, fino ad accorgerti di non averne affatto.
Il secondo consiglio era più difficile da mettere in pratica.
Sebbene a volte le giornate fossero talmente lente, piatte e prive di spirito da farti dimenticare anche l’appuntamento mentale con il calcolo dei giorni della mia detenzione, ricascavo sempre in quel malsano esercizio matematico.
Rapportavo la durata della strada verso la mia libertà a periodi di uguale durata della mia vita, quasi come se mi volessi rendere conto del peso del tempo.
Mi facevo male da solo, ero stato arrestato a vent’anni e stavo scontando una pena vicina alla metà della mia esistenza trascorsa fuori da quelle mura.
Non mi rendevo conto del dolore che provocavo a me stesso, era talmente grande che ad un certo punto credo di essere imploso e quel momento di nostalgia, sulla branda, di notte, nel buio pesto, incominciò ad essere un pensiero gelido che teneva allenato il cervello.
A volte mi chiedevo se avessi realmente voglia di arrivare fino in fondo per vivere il giorno in cui sarei uscito.
Le giornate a Hohenschönhausen erano pesantissime.
Ci si svegliava alle cinque del mattino, venivamo sottoposti all’appello chiamandoci per numero, poi facevamo colazione (se così poteva definirsi), quindi ci ricontavano e finivamo nel campo di lavoro oppure venivamo selezionati per la “manutenzione” della struttura, che significava pulire le latrine e gli uffici.
Difficile dire cosa fosse meglio tra le due cose.
Mangiavamo sempre una zuppa, una sorta di brodaglia che saziava solo perché il nostro corpo si era abituato ad uno stato di denutrizione.
Le celle erano costantemente illuminate da una fioca lampadina e le finestre erano murate.
Di tanto in tanto ci portavano libri di qualche sconosciuto autore sovietico, ma smisi presto di addentrarmi in quelle pessime letture.
Durante i primi mesi di detenzione venivo svegliato di notte per affrontare devastanti interrogatori.
Mi resi conto che a loro non bastava quella falsa confessione che avevo impugnato, volevano di più e mi chiedevo dove tutta quella violenza psicologica mi avrebbe portato.
Col tempo questi interrogatori divennero sempre meno frequenti, provavo soddisfazione quando passavo settimane indenni, soprattutto perché i nuovi arrivati erano sempre preferiti, avendo informazioni più fresche da estirpare.
La fine degli interrogatori divenne, però, anche l’inizio del distacco da me stesso, poiché le snervanti domande sulla mia vita erano l’unica cosa che mi tenevano aggrappato ad un’identità.
Per i più sfortunati c’era la cella d’acqua, un tugurio angusto, buio e volutamente allagato, nel quale si veniva rinchiusi anche per giorni.
Era degradante subire tanta atrocità, in nome di una causa che, per noi che non vedevamo nulla del mondo esterno, poteva perdurare per secoli.
Nessuno di noi pensava ad un cambiamento, loro erano onnipresenti, si facevano sentire anche più del necessario, entravano nei tuoi pensieri.
Non è un caso che non abbia più rivisto nessuno dei prigionieri fuori da quelle mura.
Tutto era studiato a menadito, lo scopo del carcere era annientare la tua vita, i tuoi istinti primordiali, la libertà di pensiero, di scelta, tutto ciò che è alla radice dell’essere umano.
Funzionava.
Nell’ottobre del 1969 Edmund morì, era malato da alcuni anni.
Fu mia madre a dirmelo, durante una delle sue rapide e sorvegliatissime visite.
Non sentii nulla, lei piangeva davanti a me e io non tradii alcuna emozione, nemmeno ebbi l’istinto di abbracciarla.
Andò via quasi rassegnata, mentre io trascorsi il resto delle giornata come nulla fosse successo.
Mi tolsero anche il diritto della compassione, della metabolizzazione del dolore.
Non solo mi privarono degli affetti e della presenza dei miei cari, ma portarono la mia persona ad essere incapace di nutrire alcunché per il prossimo.
Quando la mia detenzione stava per finire dubitavo anche della mia stessa esistenza.
Ero nessuno, senza passato e senza futuro.
Uscii dalle mura di Hohenschönhausen il 23 giugno del 1971.
Sonja mi aspettava fuori il cancello, mi chiamò per nome e mi strinse a sé.
Erano due gesti banali e scontati, ma furono surreali per me, avevo perso l’abitudine di sentire il mio nome e di provare il calore del contatto umano.
Andammo a Lichtenberg, a casa, l’unico posto che ricordassi.
Durante il tragitto non capivo dove fossi, tutto era sconosciuto per me, anche se, a conti fatti, la città non era cambiata molto, fatta eccezione per il Muro che sembrava ancora più solido e imponente.
Quando varcammo la porta ero stordito, ebbi un mancamento, mia madre si spaventò.
La tranquillizzai immediatamente e le chiesi il permesso di fare una doccia.
Lei rispose secca: “Questa è casa tua Friedrich, non devi chiedere alcun permesso.”
Rimasi sotto il getto d’acqua per diverso tempo, cercavo di assaporare quel gesto liberatorio, mi scrollai di dosso un po’ di tensione.
Entrai in camera solo dopo essermi asciugato, era tutto intatto.
Sulla sedia erano riposti dei vestiti nuovi che mia madre aveva comprato per il mio ritorno. Li indossai subito, erano un po’ larghi e forse non di ottimo gusto, ma sembravano di gran classe rispetto a quell’odiosa tuta blu, malconcia e sporca, che ero stato costretto ad indossare per otto anni.
Poco più tardi mangiammo.
Era un pasto caldo, saporito, sentivo fitte allo stomaco quando mandavo giù i bocconi, ma non lo dissi mai, così come evitai di parlare di qualsiasi cosa facesse riferimento alla mia detenzione.
Sonja capì e mi raccontò degli ultimi anni di vita di papà.
Ascoltai con dedizione ogni parola e cominciai a sentire qualcosa, anche se confusamente.
Alla fine della giornata sentii una forte stanchezza e crollai in un lungo sonno.
Tenni la luce accesa per tutta la notte e la testa sotto il cuscino per non sentire alcun rumore dall’esterno.
In apparenza ero a casa, nella mia camera, ma in realtà avevo perso me stesso in qualche anfratto del passato e non sapevo cosa ne sarebbe stato di me.