Capitolo XI – Mutter

Dopo alcuni giorni incominciò a riaffiorare la mia vita precedente all’arresto e un timido interesse verso ciò che era stato il mondo in mia assenza.
Mia madre Sonja era l’unico riferimento, l’unico oracolo da ascoltare.
Non mi sarei fidato di altri se non di lei e in ogni caso ero letteralmente solo, avevo perso tutti i miei contatti, probabilmente ero stato completamente dimenticato dai vecchi compagni e sapevo che nessuno avrebbe osato venirmi a trovare, poiché ormai ero “bollato” dalla Stasi, avere a che fare con me voleva dire esporsi, essere osservati o, peggio ancora, sospettati.
Gli otto anni di carcere avevano cancellato tutto tranne la sentenza del processo.
Un traditore resta tale e non c’era pena abbastanza severa che lavasse questa colpa nella DDR.
Quando chiesi di Carl, lei mi guardò, rimanendo in silenzio per qualche secondo, poi cominciò a parlare: “E’ da molti anni che non lo vedo. Sai, nei primi tempi dopo il processo, veniva spesso qui, chiedeva di te e si interessava di come andassero le cose in famiglia. L’ultima volta ci diede notizia che sua moglie stesse aspettando un bambino. Era molto gentile e dimostrava di volerti veramente bene. Poi seppi che fu interrogato dalla Stasi un paio di volte, ma non ti so dire riguardo a cosa. So solo che da quel momento non lo abbiamo più visto. Credo che abbia lasciato Berlino, perché nemmeno della sua famiglia ho più avuto notizie. Mi dispiace, tesoro. Vorrei dirti di più, ma è tutto quello che so”.
Mi raccontò molte altre cose, ma solo quando domandavo o comunque dimostravo interesse per l’argomento.
Non parlavamo mai di politica, era una donna semplice e discreta, parlavamo di tutt’altro.
Lavorava ormai da decenni nella stessa piccola fabbrica tessile e spesso a casa cuciva o rammendava vestiti per altre persone.
Non l’ho mai vista prendere un soldo per quello che faceva al di fuori del lavoro.
Avevamo almeno un paio di visite a settimana, a volte qualcuno veniva a sfogarsi con lei ed era sempre appassionata nell’ascoltarli.
Era fatta così, era una luce nelle tenebre, si era ritagliata un suo mondo con un suo equilibrio, accettando tutte le difficoltà che la vita le aveva proposto.
Credo che mio padre si fosse innamorato proprio di questo e che non sia passato giorno senza che fosse felice di rincasare.
Da subito cominciai a cercare lavoro, ma non fu cosa semplice.
Provai in diverse fabbriche, ma nessuno accolse la mia domanda.
Intanto venivo spesso convocato nel quartiere generale per degli interrogatori di routine.
Parlavo ogni volta con un ufficiale diverso e mi ritrovavo a rispondere sempre alle solite domande.
Un giorno uno di loro mi disse: “Come mai tutti lavorano tranne lei? Perché si ostina a riavere il suo lavoro in fabbrica? Qui nella DDR non esiste la disoccupazione, ci sono tanti altri mestieri utili alla comunità, lo sa?”.
Erano domande retoriche e quindi non risposi.
Francamente non sapevo cosa potessi fare oltre al mio vecchio lavoro e ben sapevo che, dietro ai vari rifiuti che avevo ricevuto, c’era una chiara volontà della Stasi.
Una persona come me non era ammessa nuovamente in un contesto dove, secondo il loro parere, era nato il mio sentimento anti-patriottico.
Sarei stato certamente di cattivo esempio e non avrei avuto il necessario “controllo”.
Dopo qualche giorno fui di nuovo convocato e mi dissero che avevano trovato il lavoro per me.
Mi sarei dovuto presentare immediatamente presso un negozio di ferramenta nel quartiere di Biesdorf.
Raggiunsi con il tram il posto.
Entrai e trovai un signore austero e distinto che si presentò in maniera molto gentile: “Salve figliolo, tu devi essere Friedrich. Benvenuto, da oggi tu lavorerai qui.”
Si chiamava Reichard Vogel, mi disse ciò che dovevo fare, gli orari e la paga (piuttosto misera).
Non battei ciglio, sapevo che non avrei avuto scelta.
In poco tempo capii che il signor Vogel, oltre a vendere attrezzi e ferri e ad essere un uomo molto rispettato nel circondario, era anche un informatore della Stasi da decenni.
A volte al negozio venivano oscuri personaggi che si ritiravano con lui nel retro per parlare per pochi minuti e poi andare via senza nemmeno dare uno sguardo alla merce.
Avevo ben compreso perché fossi stato piazzato lì.
Al signor Vogel non serviva nemmeno qualcuno che lo aiutasse, non era di certo difficile gestire una quindicina di clienti al giorno (quando andava bene).
Difatti, dopo la mia assunzione, non fui mai più convocato al quartiere generale.
La mia pratica era stata definitivamente risolta.
Mi andava bene in quel momento, il mio interesse era di non essere di peso a mia madre e di tenere impegnate le mie giornate.
La vita cominciò a scorrere veloce, passavano gli anni senza che me ne accorgessi.
Non c’erano mai buone notizie da farti sussultare o scossoni tragici tali da farti abbattere più del normale.
Mi capitava di scambiare chiacchiere con qualche cliente abituale, qualcuno mi salutava quando scendevo di casa o quando tornavo.
Mi addormentavo presto, provavo stanchezza mentale più che fisica.
Inevitabilmente mi alzavo dal letto prima ancora che il sole sorgesse e spesso, per questo motivo, decidevo di recarmi al lavoro a piedi, sebbene fossero quasi cinque chilometri.
Era un modo per allungare le mie giornate, per sottolineare la mia esistenza e reagire ad una vita meccanica, volta al puro auto-sostentamento, senza sogni né desideri né ideali.
Gli eventi mi passavano davanti senza notare alcuna sostanziale differenza intorno a me.
Dopo Ulbricht, vi fu Stoph e dopo qualche anno salì al governo Honecker.
Il Muro diventava sempre più moderno e impenetrabile, i tentativi di fuga erano diventati ormai molto rari.
L’intera Germania Orientale si era abituata allo stato delle cose e anche le ultime sommosse in Polonia e Cecoslovacchia erano state rapidamente sedate, congelando definitivamente quello che era il blocco sovietico.
Nel corso del tempo vedevo mia madre sempre più spossata e col tempo imparai a prendermi cura di lei, anche se sapevo che non l’avrei mai convinta a lasciare il suo lavoro.
Quando si stava avvicinando ai sessant’anni li sentiva tutti, aveva avuto una vita molto difficile e dolorosa e vedevo la sua luce diventare più fioca e intermittente.
Nel 1980 iniziò ad avere dei forti giramenti e delle fitte allo stomaco.
Non sembrava essere nulla di grave, ma mi accorsi da subito che le rassicurazioni dei medici e le cure somministrate non avevano effetti.
Un giorno la trovai in bagno a terra con del sangue alla bocca.
Aveva un tumore avanzato al colon, che a quel tempo era praticamente una condanna.
Fu molto doloroso per me accompagnarla alla morte, ma sapemmo dare un senso ai nostri ultimi mesi insieme.
Ridevamo spesso e imparai anche a cucire.
Facemmo insieme una coperta rossa e ridemmo un sacco quando ci accorgemmo che il risultato non era proprio dei migliori e che le cuciture non erano perfette.
Non ci importava, era bella perché l’avevamo fatta insieme e l’avrebbe tenuta calda per l’inverno.
Purtroppo riuscì ad affrontarne solo una parte.
Morì il 12 gennaio del 1981, nel suo letto, con la nostra coperta addosso.
Pochi istanti prima vidi nitidamente che stava lasciando il suo corpo e con gli occhi gonfi di lacrime, la accarezzai e le dissi: “Mamma, non aver paura perché sei di nuovo a casa.”
Lei emanò il suo ultimo respiro e abbozzò un sorriso, i suoi occhi si chiusero e la mia mente elaborò un’immagine di lei con le braccia tese verso un luogo senza spazio né tempo.
Avvertii una sorta di vento sulla mia pelle per qualche secondo e ancora oggi mi è difficile stabilire quale fosse il confine tra la realtà e la mia suggestione.
Ovunque tu sia ora e qualsiasi forma tu abbia, non smetto mai di pensarti.
Ti voglio bene.