Capitolo XII – 1989

La perdita di mia madre non fece altro che completare il progetto di vita solitaria che la DDR aveva avuto in serbo per me una volta uscito di prigione.
Riuscii ad avere accesso ad un sussidio statale che integrava il magro stipendio che percepivo alla ferramenta e mi aiutava a gestire la casa e le bollette.
Nell’isolato erano poche le facce che avevo conosciuto quando ero ragazzo, molti si erano trasferiti, altri, ormai vecchi, erano passati a miglior vita.
Anche la signora Schaefer non c’era più da qualche anno e il suo appartamento era stato acquistato dai Lange, una coppia originaria della periferia di Magdeburgo.
Avevano avuto da poco una bimba, che ogni tanto sentivo piangere ed era uno dei pochi suoni che invadeva il silenzio della mia casa.
Mi resi conto di essere un po’ chiacchierato dagli altri condomini, a volte ero guardato con una sorta di diffidenza mista ad una fastidiosa pena.
Credo che fossero note un po’ a tutti le mie vicissitudini, ma non mi importava più di tanto, perché in fondo non ero interessato a giustificare la piega che aveva preso la mia vita a dei totali estranei.
Guardavo il mondo con distacco, vedevo una Berlino piuttosto fatiscente, a dispetto del piano di crescita che Honecker aveva messo in atto negli anni settanta.
Erano aumentati i salari, le pensioni, c’era una parvenza di benessere, che però nascondeva un colossale indebitamento della DDR.
Negli anni ottanta pullulavano in città edifici diroccati, che, una volta divenuti inagibili, venivano prontamente demoliti e sostituiti con i Plattenbauten, dei prefabbricati grossi, squadrati, grigi e densi di appartamenti.
Il Muro, invece, era sempre al suo posto, pattugliato dalle guardie con al seguito i feroci volpos che di tanto in tanto si sentivano abbaiare.
Le manifestazioni erano piuttosto rare e disorganizzate per destare preoccupazioni.
Sulla politica estera si erano fatti numerosi passi in avanti negli anni settanta, poiché la DDR fu finalmente riconosciuta come nazione civile della comunità internazionale.
Vi era stato un notevole sblocco dei mercati, il nostro governo dialogava e commerciava regolarmente con molti stati esteri.
Tutto sembrava portare a pensare alla preservazione dello status quo, ma fu proprio la rincorsa alla legittimazione e all’immagine positiva della Repubblica a cominciare a scavare la fossa del regime.
L’apparente calma tracollò quando i creditori dello Stato cominciarono a battere cassa e alcuni degli investimenti industriali che erano stati operati dal governo Honecker si rivelarono fallimentari.
Intanto il sostegno dell’Unione Sovietica stava venendo a mancare per i gravi problemi economici in cui versava.
La salita alla Casa Bianca del guerrafondaio Reagan coincideva col definitivo abbandono della politica di distensione e la nuova corsa agli armamenti.
Il principale punto di scontro a quei tempi era l’Afghanistan.
Il vecchio governo social-progressista, che aveva avuto il pieno appoggio sovietico, fu rimpiazzato con la forza dal regime sanguinario di Amin con l’aiuto delle forze rivoluzionarie nazionaliste.
La repressione degli oppositori fu devastante e questo portò alla scesa in campo dell’Armata Rossa, che dovette scontrarsi, oltre che con l’esercito di Amin, anche con i nascenti mujaheddin, di cui tanto abbiamo sentito parlare negli ultimi anni e che erano stati sovvenzionati, armati e addestrati proprio dai servizi segreti americani.
Vi fu un inevitabile dispendio di vite umane e risorse economiche e a tutto questo si aggiungeva una grave spaccatura interna, con l’ostilità crescente di diverse regioni sovietiche che rincorrevano l’indipendenza.
E poi vi fu la catastrofe di Cernobyl.
Tutto girava per il verso sbagliato, l’intero blocco sovietico era in ginocchio e noi della DDR eravamo letteralmente trascinati nel baratro.
In questo panorama di declino e terrore, nella seconda metà degli anni ottanta, emerse la figura di Gorbačëv, con coraggiose riforme interne e una politica estera volta al ripristino del dialogo con le forze occidentali e al ritiro dai conflitti militari.
Fu una svolta storica, il susseguirsi degli eventi si riverberò come un macigno sulla Germania dell’Est.
Nel 1989 il SED e il suo governo erano ormai delegittimati dai propri cittadini e il Muro cominciava ad essere permeabile.
Le domande di espatrio cominciavano a moltiplicarsi e parallelamente aumentarono i permessi concessi, per non far sfociare il malcontento generale nel disordine.
Tuttavia la repressione continuava e purtroppo anche durante quell’anno, nonostante la tangibile percezione di un cambiamento, vi furono vittime tra coloro che cercavano di varcare i confini.
A ottobre, la parata per i quarant’anni della DDR, aveva il sapore di una commemorazione nostalgica più che di una glorificazione.
Erano mesi conditi da forti contraddizioni, si provava a perpetrare un passato che ormai non esisteva più, era come assistere al vano tentativo di far rimanere in vita un corpo senza alcuna funzione vitale autonoma.
Non restava altro che staccare la spina.
Venne un giovedì. Era il 9 novembre.
Il portavoce del Comitato centrale Günter Schabowski si presentò nel tardo pomeriggio davanti alle telecamere per discutere, davanti a giornalisti di varia provenienza, del testo di una legge provvisoria che consentiva a tutti i cittadini della DDR il libero accesso all’Ovest.
A domanda precisa di un cronista in sala sui tempi dell’attuazione del disegno di legge, il portavoce frugò tra le carte e disse con indecisione “a quanto ne sappia, questo provvedimento ha effetto immediato.”
Eravamo tutti increduli, avevano praticamente abbattuto il Muro senza che ce ne fossimo accorti e senza dirlo esplicitamente.
In poco tempo migliaia di persone cominciarono ad assediare il checkpoint e a spingere per varcare il confine.
Gli ordini del capo della Stasi Erich Mielke si rivelarono tardivi e contradditori, la reazione fu inadeguata e verso le 23 alle guardie, che temevano ormai per la propria incolumità, non restò che alzare le sbarre.
Seguii il tutto in televisione, ricordo di aver avuto sensazioni contrastanti.
Ero felice di vedere quel flusso di persone che passavano per la prima volta nella loro vita il confine.
Alcuni, armati di piccone, demolivano il Muro, come a voler mettere in atto un comprensibile gesto liberatorio.
Mi commossi, ripensavo alla mia vita, a tutto il dolore che avevo provato e alla moltitudine di opportunità perse a causa di quell’ammasso di cemento e acciaio, ma ben sapevo che la cosiddetta rivoluzione pacifica dei berlinesi non avrebbe portato a quel risultato senza il susseguirsi di eventi storici ben più grandi e delle conseguenti decisioni dei vertici internazionali.
Sebbene assaporassi in qualche modo una percezione di libertà, capivo già in quegli istanti che il nostro destino era stato deciso ancora una volta dall’alto, così come era avvenuto nel 1961.
Credo sia stata quella mia consapevolezza a tenermi inchiodato a casa, mentre tutti si erano precipitati nel luogo dove la storia stava cambiando.
Il tempo ci avrebbe dato una lettura diversa di ciò che stava accadendo quella notte, ma era comunque bello godersi quello spettacolo di umanità.
Avrei tanto voluto essere meno consapevole per far mia una piccola percentuale della speranza che quelle persone ostentavano, mentre cantavano, danzavano, bevevano e si abbracciavano sulle rovine del regime socialista.