Capitolo XIII – One day

Era un sabato del maggio 1990.
La DDR era in dismissione, l’apertura delle frontiere, il ritiro delle forze sovietiche e il dislivello economico avevano dato la mazzata finale a quello che un tempo era ritenuto il gioiello del modello socialista in Europa.
I due popoli tedeschi spingevano per la riunificazione ed era nell’aria che ormai l’accordo politico fosse alle porte.
A marzo, le prime elezioni libere, avevano seppellito la lunga storia del SED e rimaneva ben poco del mezzo secolo che c’eravamo lasciati alle spalle.
Si percepiva chiaramente quanto tutto ciò a cui eravamo stati assoggettati fosse diventato di colpo vuoto e senza futuro.
Quella mattina mi svegliai di buon ora, era una bellissima giornata di sole, si stava bene anche senza giacca.
Dopo aver fatto colazione, scesi in strada e iniziai a camminare.
Non avevo mai varcato i confini della Germania Orientale prima di quel giorno, la mia segregazione si stava perpetuando anche dopo la caduta del Muro.
La verità è che, dopo aver eliminato le barriere di cemento armato, occorreva eliminare quelle che si erano radicate nei cervelli di molti di noi.
Da quando il Muro era caduto, vedevo ogni giorno in televisione immagini dall’Ovest, oltre ad assistere ad un repentino cambiamento dell’Est.
Ogni settimana sembrava dare un colore diverso alla nostra Berlino, cominciavano ad aprire grossi supermercati, si inauguravano fermate ferroviarie rimesse completamente a nuovo, vedevo nuovi modelli di auto, abbigliamenti e tagli di capelli diversi, che ai miei occhi erano così trasgressivi da spaventarmi.
Quegli assaggi di “modernità” erano già piuttosto inibitori per uno come me, che aveva vissuto i peggiori aspetti del regime e non aveva nient’altro se non se stesso.
Tuttavia quella mattina sentii un forte richiamo, cominciai a camminare verso il fiume Sprea e poi, senza pensarci troppo, entrai nella stazione della Stadtbahn di Ostbanhof.
La linea era stata da pochissimo ricongiunta con la tratta occidentale, grazie alla riattivazione delle stazioni fantasma del confine e aveva come capolinea Charlottenburg.
Trovai posto vicino al finestrino e poco dopo vidi la Berlino che non avevo mai conosciuto scorrermi davanti agli occhi.
Era una sensazione che ancora oggi non riesco a descrivere appieno, ma l’analogia più calzante che mi viene in questo momento è la seguente.
Se paragoniamo il viaggio in una nuova città all’incontro con una nuova persona, vedere Berlino Ovest, per me, era come conoscere un fratello separato alla nascita.
Le prime cose che noti sono le somiglianze, poi le differenze iniziano ad emergere e avverti il peso che hanno avuto i fattori esterni su di esse.
Divisi da una manciata di metri, i tedeschi occidentali e orientali avevano vissuto cinquant’anni con una realtà diversa negli occhi, avevano percepito il mondo con sensazioni quasi opposte e si erano evoluti in parallela autonomia.
Mi batteva forte il cuore, ogni volta che il treno si fermava mi veniva voglia di scendere, percorrere il sottopasso e tornare indietro, al sicuro, tra le strade a me familiari.
Ma, ripeto, quello non era un giorno qualunque.
Riuscii a resistere fino al capolinea.
Mi diressi al castello di Charlottenburg e vi entrai per la prima volta, ricordandomi di quando Edmund me ne decantava la bellezza.
Non aveva torto, si trattava di uno dei pochi edifici storici che non erano stati devastati dai bombardamenti avvenuti nella Seconda Guerra Mondiale.
Era grande e sfarzoso, aveva tanta di quell’arte manierista da accecarti.
Alle sue spalle vi era un giardino enorme, ben tenuto, dove lo Sprea sembrava trovare un luogo di riposo, prima di proseguire il suo flusso verso l’Ovest.
Con me vi era tanta altra gente intenta a godersi quella mattinata.
C’era chi camminava, chi faceva un po’ di corsa, chi si era fermato sul prato a chiacchierare, altri, invece, erano muniti di macchine fotografiche o cineprese e cercavano di immortalare quella bellezza.
Passai sul ponte, diedi un ultimo sguardo, poi ricominciai a camminare tenendo il fiume alla mia sinistra.
Dopo aver chiesto indicazioni ripresi la metro e mi diressi verso una nuova tappa.
Erano i vecchi racconti di mio padre a guidarmi.
Giunsi alla famosa Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche, la vecchia chiesa luterana, andata parzialmente distrutta dopo la guerra.
Era il simbolo delle sofferenze di Berlino, mi commossi quando alzai la testa e vidi da lontano la punta squarciata del campanile, così come gli orrori ce l’avevano lasciata.
Di fianco sorgeva statuaria una nuova chiesa di forma ottagonale.
In quell’immagine ammiravo la conservazione della memoria del popolo tedesco, proiettato verso il futuro, ma allo stesso tempo custode del proprio passato.
Continuai a camminare costeggiando lo zoo e mi imbattei nell’imponente Università Tecnica, simbolo di eccellenza della nostra cultura e laboratorio di grandi menti.
Da quel punto poche centinaia di metri mi separavano dall’ingresso al Tiergarten.
Era molto più grande di come avevo immaginato, una sorta di enorme polmone nel centro della città.
Ogni tanto, mentre andavo avanti, già abbastanza provato nelle gambe, chiudevo gli occhi e respiravo un’aria nuova.
La vista del Siegessäule mi diede la forza di percorrere interamente il parco, che finiva esattamente dove la storia aveva imposto i confini tra Est e Ovest, nei pressi della porta di Brandeburgo.
La mia ultima tappa, prima di ritornare a casa, era il Muro.
Sapevo che ne era stata rimossa solo una parte, quella che ostacolava la normale circolazione delle auto in città, ma vi erano lunghi tratti dove era ancora in pedi e mi accorsi che era profondamente diverso da quello che avevo visto per tanti anni dall’altra parte.
Qui le pareti erano state prese d’assalto da artisti improvvisati e non, era come un’enorme tela, c’erano opere di grande fattura, vignette, disegni vari, messaggi di pace, di amore, di solidarietà.
I bambini giocavano ad infilarsi negli squarci, mentre tanti si armavano di picconi, spranghe o mezzi di fortuna per tentare di abbatterlo.
Vidi turisti che scattavano foto e portavano via sorridenti dei piccoli pezzi di quel simbolo di abominio, vidi giornalisti toccare le pareti e raccontare la nostra storia al mondo.
Sui marciapiedi, lungo il confine, vi erano molte bancarelle che vendevano souvenir della decaduta DDR.
In effetti mi sentii molto triste quando vidi dei ragazzi scherzare con i cappelli e le giacche degli ufficiali.
Era dunque tutto finito in una grossa risata? La mia vita era stata derubata per questo?
Era ormai pomeriggio, il nervosismo aveva accentuato la mia stanchezza e desideravo solo tornare a casa e riposare.
Presi nuovamente la metro e quando uscii dalla stazione provai un senso di sollievo.
Tirai fuori le chiavi di casa ancor prima di raggiungere il mio isolato, mentre le immagini che avevo assorbito pulsavano nella mia testa.