Captiolo XIV – Amulet

Entrai nel cortile, vidi da lontano un po’ di gente, ma non mi focalizzai troppo su di loro, raggiunsi in fretta le scale e con fatica arrivai alla porta di casa.
Girai le chiavi, chiusi la porta e respirai profondamente.
Mi diressi in camera, era sempre la stessa camera di quando ero ragazzo, continuava ad essere il mio mondo.
Non ebbi mai il coraggio di usare la camera di mia madre per dormire, sebbene avesse un letto più grande e comodo.
Avevo preservato tutto così come lo aveva lasciato prima di andarsene.
Volevo farmi una tazza di caffè, mi stavo dirigendo in cucina quando alcune voci attirarono la mia attenzione.
Mi affacciai alla finestra e vidi un bambino in cortile, seduto vicino all’aiuola.
Avrà avuto otto o nove anni, non di più, aveva capelli neri, non troppo corti, la pelle molto chiara, quasi di un bianco candido.
Non lo avevo mai visto prima, stava disegnando qualcosa su un quadernetto.
Apparentemente non c’era nulla di strano, durante quei mesi si vedevano spesso in cortile facce nuove, non di rado gente che veniva dall’Ovest per cercare vecchi amici o parenti.
Tuttavia quella scena mi scosse, mi ricordava qualcosa di lontano nel passato.
Poi si alzò e cominciò a guardarsi intorno e mi accorsi che aveva al collo qualcosa di familiare.
Sì, era l’amuleto, la stessa identica forma, non avevo dubbi, lo avrei riconosciuto a centinaia di metri di distanza.
Era lo stesso amuleto che quasi trent’anni prima avevo lanciato dalla finestra ad Akelei.
La mia mente ritornò velocemente a quando ero bambino.
Ero in salotto col nonno, io ero seduto a terra, lui su una poltrona malandata.
Ascoltavo dalla sua bocca la storia più importante e significativa della sua vita, quando riuscì a sfuggire alla morte, quando si consumò la grande disfatta dei tedeschi nel conflitto balcanico durante la prima grande guerra.
C’era qualcosa di mistico nel suo volto mentre spiegava quello che era accaduto durante quel freddo inverno.
Aveva un amico di nome Markus al fronte, un uomo di grande coraggio, che portava sempre al collo un amuleto.
Gli era stato regalato dal padre, un commerciante che nella sua vita aveva avuto la possibilità di visitare molti posti.
Tornando a casa, dopo uno dei suoi numerosi viaggi, portò a Markus un oggetto di pietra molto ben levigata.
Diceva provenisse dall’Africa meridionale e che avesse un potere protettivo, perché era fatto di un materiale magico, che veniva usato dagli abitanti dei villaggi durante i riti di invocazione della pioggia.
Da allora Markus ha sempre indossato quell’oggetto e diceva di averne ricevuto enormi benefici durante la sua vita.
Quando seppe che mia nonna Greta aspettava un bambino, regalò l’amuleto a mio nonno, promettendogli che quel piccolo oggetto lo avrebbe aiutato a tornare a casa da sua moglie e a poter abbracciare suo figlio.
Markus morì due giorni dopo durante uno scontro a fuoco.
Mio nonno gli era accanto quando successe e ha sempre pensato che l’amuleto avesse in qualche modo deviato la traiettoria di quel proiettile.
Al termine del racconto, con la voce rotta dal pianto disse che lo aveva dato ad Edmund quando ancora era ragazzo, ma che questi non lo aveva mai voluto indossare.
Tuttavia, aggiunse che mio padre lo conservava da qualche parte con premura e che lo avrebbe dato a me quando sarebbe arrivato il momento opportuno.
A quel punto riemersi dai miei ricordi e mi ritrovai molto confuso, pieno di domande.
Chi era quel ragazzino? Come può essere che stia indossando un oggetto che un tempo mi apparteneva e che avrebbe dovuto trovarsi in chissà quale parte del mondo? E perché era proprio lì sotto la mia finestra?
In pochi secondi tutti quei dubbi furono annientati.
Sentii una voce: “Friedrich, vieni qui, tesoro.”
Alzai appena lo sguardo e la vidi avvicinarsi al bambino.
Vicino a lei vi era un uomo alto e magro con occhiali molto spessi.
Il piccolo corse da lei, una donna distinta, segnata un po’ dal tempo, ma che conservava tutte quelle caratteristiche che avevo amato dal primo istante e che per tanti anni avevo provato a dimenticare.
Akelei era di nuovo lì, nel nostro cortile, dove la vidi per l’ultima volta.
Capii tutto all’istante, l’emozione mi stava quasi soffocando.
Era tornata con la sua famiglia nei luoghi della sua infanzia, dopo la caduta del Muro.
Quello era suo figlio, si chiamava come me e indossava l’amuleto.
I miei occhi cominciarono a bagnarsi di lacrime, notai che alzò la testa verso la mia finestra e d’istinto mi nascosi.
Avevo paura di incrociare il suo sguardo, erano passati troppo anni, non potevo riemergere come l’ombra di ciò che aveva amato.
Non potevo farmi vedere in quello stato.
Sentii il citofono bussare una prima volta, non mossi un muscolo.
Poi bussò ancora e portai le mie mani alle orecchie per non sentire.
Pochi secondi dopo sentivo distintamente dei passi salire le scale per poi fermarsi davanti alla mia porta.
Suonò il campanello una sola volta, rimasi in camera senza fiatare, furono pochi secondi, ma lunghissimi, interminabili e tutto ciò che desideravo era sentire gli stessi passi allontanarsi dalla mia porta e scendere le scale.
Così fu, poi sentii ancora un vociare in cortile e infine mi resi conto che erano andati via.
Mi sentivo al sicuro per lasciare la stanza, ma ero ancora molto spaventato.
Notai sotto la porta un biglietto, lo raccolsi e c’era scritto “Nie allein fühl – A.”.
Ci volle un po’ per riprendermi dal trauma, tutto il mio passato era venuto a visitare il mio arido presente in un solo giorno.
Poi il rimorso incominciò ad affievolirsi e cominciai a pensare con più lucidità a ciò che avevo vissuto, fino a far subentrare in me un’incontrollata gioia.
Ero contento di aver visto con i miei occhi che Akelei avesse trovato una sua strada, che fosse tornata nei nostri luoghi, ma, soprattutto, che avesse dato a suo figlio il mio nome e il mio amuleto.
Era qualcosa di inaspettato, che leniva finalmente tante ferite che mi stavo portando dietro dalla notte in cui la vidi partire.
Aveva compiuto due gesti forti, che davano tanta importanza a ciò che eravamo, lo scolpivano nel marmo, impedendo di lasciarlo sepolto per sempre.
Avrebbe potuto pensare che fossi morto in prigione oppure scappato chissà dove e invece in cuor suo sapeva la verità, dimostrando di conoscermi più di chiunque altro.
Avrebbe potuto dimenticarmi, ma non lo fece, non aveva dimenticato quel 1961, quando potevamo essere tutto o niente e vivevamo i nostri giorni con la speranza di poterlo decidere.