Capitolo XV – If I die today, I will live tomorrow

Sono passati tanti anni dal giorno in cui vidi Akelei e la sua famiglia alle porte della mia casa e da allora non sono mai più tornati.
In tutto questo lungo tempo ho visto dalla mia finestra il mondo cambiare volto.
Ci hanno voluto far credere in un’epoca nuova, in una società dove alcune pagine nere della storia non si sarebbero mai più ripetute.
Eppure ho visto nascere nuovi stati e ridisegnare i loro confini col sangue, ho visto i suoli dell’Oriente ingerire le pesanti bombe americane nella Guerra Del Golfo, lo smembramento della Jugoslavia pagata col prezzo di troppe morti innocenti, la prepotenza, la lotta eterna per il petrolio, l’orrore del conflitto israelo-palestinese, i 500.000 morti del genocidio in Ruanda, la fame, le disuguaglianze, le ingiustizie, la Germania riunificata a capo di un’Europa unita solamente in un gioco di interessi politici ed economici, le Torri Gemelle venire giù a brandelli, il susseguente e permanente stato di terrore, i kamikaze nel cuore del nostro continente, la devastazione americana in Afghanistan e Iraq, le guerre civili disseminate in tutta l’Africa, l’insurrezione jihadista di Boko Haram, le primavere arabe, la terribile avanzata dell’Isis, il martirio della Siria e vedo ora con tristezza quelli ancora vivi che fuggono, cercando un riparo, mentre altri pongono davanti alla loro strada nuovi fili spinati e nuove mura.
Forse conosci ancor meglio di me queste cose, tanto che hai già appuntato tutto ciò che ho scordato di trascrivere nel mio elenco.
La cosa non mi indispone, anzi, puoi aggiungere quanto ritieni opportuno.
Non faresti altro che rinforzare la validità della seguente domanda: c’è da credere sul serio che questo sia un mondo più civile e libero?
Viviamo in un’era in cui attingiamo in tempo reale ad una quantità di informazioni cento volte superiore a quella che ci perveniva negli anni della Guerra Fredda, ma lo spirito dell’uomo si è inaridito e ciò che tanti anni fa ci avrebbe fatto sobbalzare dalla sedia e insorgere, oggi è diventato di scarso e poco duraturo interesse, esattamente come possono essere le parole che stai leggendo.
Tuttavia, se sei arrivato in fondo alla mia storia, ti starai chiedendo perché l’abbia scritta su questi fogli, come mai l’abbia lasciata nel doppiofondo del mio vecchio armadio, poi cercherai di capire il motivo per cui è capitata proprio nelle tue mani.
E’ molto semplice rispondere ai tuoi dubbi.
Ho scritto perché tu leggessi e provassi a capire.
Volevo fossi proprio tu il destinatario, perché non avrei saputo sceglierne uno.
Egli si sarebbe dovuto palesare con un atto di autodeterminazione, con una scelta.
Sei tu che hai scelto di diventare il mio interlocutore, esitando nel disfarti subito di questo vecchio e cadente armadio, cercando prima di scoprirne il reale valore, per poi farlo tuo.
In questi gesti, forse puramente istintivi, c’è il barlume della speranza dell’umanità, la ricerca della verità e della bellezza.
Ora hai la possibilità di tramandare quanto di buono la mia vita possa insegnare e, in cuor mio, credo che lo farai.
Infine ti chiederai perché me ne sia andato e dove mi trovi in questo momento.
Alla seconda domanda, non ti posso rispondere con certezza, perché non so quando leggerai queste righe e forse, in questo momento, l’ultimo capitolo della mia storia è già stato scritto.
La prima domanda trova risposta in un lungo percorso, non ho deciso di andarmene da un giorno all’altro, ma c’è stato un recente evento che mi ha dato il coraggio necessario per preparare il viaggio, fare la domanda di rinuncia per il sussidio e lasciare queste mie memorie, che rappresentano l’unica cosa della mia vita che possano avere un valore.
E’ successo qualche mese fa, stavano trasmettendo in televisione una manifestazione contro il piano di rafforzamento del muro tra Stati Uniti e Messico, portato in auge dal neo-presidente Donald Trump durante tutta la sua campagna elettorale e che ha trovato concretezza già a pochi giorni dal suo insediamento.
La manifestazione ha coinvolto varie città d’Europa, tra cui Berlino.
Le immagini che vedevo venivano dall’East Side Gallery, dove si erano concentrate circa 100.000 persone e, tra la folla, venivano intervistati alcuni ragazzi.
Il microfono passò infine ad un certo Neumann, presidente di un’associazione tedesca per i diritti civili denominata “Nie allein fuhl”.
La cosa captò la mia attenzione, quelle parole, quelle specifiche parole avevano assunto un significato troppo grande e ancora troppo ignoto per lasciarmi indifferente.
Quel giovane aveva un aspetto magnetico e nel parlare ostentava una coscienza granitica e un’enorme determinazione.
Fui letteralmente rapito dalle sue parole:
“Non c’è luogo in Europa più adatto di Berlino per testimoniare l’atrocità dell’esistenza di un muro che separi due fratelli.
Günter Litfin, Olga Segler, Peter Fechter, Friedrich Braun e tanti altri sono qui e urlano con noi contro questo atto vile e disumano, ricordando che oggi non rigettiamo solamente i muri visibili, ma anche quelli invisibili.
Ci stanno dividendo, ci educano alla paura verso gli altri e verso noi stessi.
Ciò che sta accadendo in Messico è solo una materializzazione di uno stato d’animo imposto in tutto il mondo, qui in Germania come altrove.
L’essere umano deve vivere per sognare insieme, cooperare per rendere il mondo un posto migliore nel rispetto della natura e aiutando chi è più debole o ha meno possibilità.
Non mentite a voi stessi.
Non c’è politica in queste parole.
Questo è il pilastro portante, il senso della vita, il punto cardine, è l’inizio e la fine.”
Nel dire il mio nome tirò fuori l’amuleto e lo strinse forte.
Lui era Friedrich Neumann e stava dicendo una verità tanto semplice quanto assoluta e incontrovertibile.
Nei suoi occhi vedevi la forza di uno che vuole plasmare il mondo come un amante d’altri tempi vive nell’incanto dei suoi sentimenti.
Era un animo nobile e prezioso quello che stavo vedendo, qualcuno di cui andar fieri, qualcuno da seguire e preservare.
Vado via da questa casa, chiudo la porta alle mie spalle vecchie e acciaccate.
Cerco la pace, ma non quella legata al riposo corporeo e al disinteresse per ciò che mi è intorno.
Vado alla ricerca della pace della mia coscienza, perché non ho lottato abbastanza per gli ideali che avevo maturato da ragazzo.
Non posso vivere il poco tempo che mi resta rivedendo i miei incubi rivalersi su altri, generando le stesse sofferenze che ho dovuto attraversare io.
Adesso non ha importanza credere di cambiare qualcosa, perché partiremmo sconfitti in partenza.
Ciò che conta è agire, opporsi, esprimere i propri ideali e concetti, cercando con le unghie di arginare ciò che riconosciamo come universalmente sbagliato.
Andrò a picconare questo nuovo muro, strapperò pezzi di cemento, darò il mio contributo alla lotta per l’innegabile diritto della libertà, senza preoccuparmi dell’esito, né di quanto grande e influente sia la mia parte, né di cosa mi potrà accadere.
Dopotutto non ho più paura, perché sono più saggio, ma soprattutto perché quel bambino di nome Friedrich, oggi adulto, mi ha insegnato a riporre le mie certezze nell’unica cosa che non sono riusciti a togliermi: se oggi morirò, vivrò domani.
In altra forma, nelle parole di molti, nei ricordi di pochi o solamente nel tuo cuore, io vivrò.

Friedrich Braun
1 aprile 2017